Gli sport invernali, per molti, sono un momento atteso, ricco di divertimento e adrenalina.
Dallo sci in montagna al pattinaggio sul ghiaccio, i mesi che vanno da fine novembre a inizio marzo rappresentano un tempo di svago in cui praticare questi sport stagionali che, se non esercitati con le dovute attenzioni, possono portare anche a danni traumatici gravi.
In particolare, il ghiaccio rappresenta un’insidia per atleti di ogni livello, causando cadute anche molto gravi.
Quando si è vittima di un trauma di questo tipo, la prima cosa da fare per capire se è necessario recarsi o meno in Pronto Soccorso, è quella di valutare la situazione post-caduta. Se il trauma è lieve e ha procurato un leggero gonfiore e un dolore contenuto, basterà applicare del ghiaccio sulla zona colpita, facendo attenzione a non svolgere attività pesanti.
Se, diversamente, il dolore si prolunga per molti più giorni, o se la caduta è stata ad alto impatto e ha provocato ematomi, versamenti di sangue o deformità del profilo anatomico degli arti o parte del corpo, è necessario recarsi al Pronto Soccorso più vicino e sottoporsi agli esami specialistici.
Come sappiamo, alcuni sport invernali sono più pericolosi di altri e, per questo, più inclini a provocare infortuni.
Gli infortuni che possono capitare a chi pratica questo sport interessano particolarmente gli arti inferiori (oltre il 50% dei casi) e più precisamente il ginocchio. Le lesioni del ginocchio più frequenti sono:
A differenza dello sci, lo snowboard è uno sport praticato per lo più da atleti esperti che subiscono prevalentemente cadute durante l’esecuzione di trick, salti o manovre spettacolari.
Gli snowboarder tendono a cadere sui polsi e sulle mani, sul sedere, sulla testa o sulle spalle. Ecco gli infortuni più frequenti:
Il pattinaggio su ghiaccio è forse uno tra gli sport invernali più praticati dai più o meno esperti. Chiunque infatti, preso dall’entusiasmo, rischia di incappare in qualche rovinosa caduta che, nei casi più gravi, può provocare:
Cimentarsi in uno sport invernale richiede non solo una grande passione ed entusiasmo per l’attività e le basse temperature, ma anche qualche particolare attenzione.
Innanzitutto, il “terreno” dove questi sport vengono praticati è diverso rispetto a tutti gli altri: più scivoloso e, talvolta, con pendenze importanti.
Quindi, come primo consiglio, noi di Fisiosanity suggeriamo a tutti di avere una minima, ma adeguata, preparazione atletica.
Inoltre, ricorda sempre di:
La lesione del legamento crociato può essere causata da rotazioni forzate o da un’eccessiva estensione del ginocchio.
I sintomi più comuni sono gonfiore e una sensazione di instabilità. In alcuni casi però, questi non sono immediatamente visibili e possono passare anche diversi mesi prima che ci si accorga della lesione.
In questa circostanza, la diagnosi è soprattutto clinica e richiede una visita ortopedica e indagini come radiografie o risonanza magnetica.
La lesione totale del legamento crociato non guarisce in modo spontaneo. Per questo, a seconda della gravità della lesione, dell’età e dello stile di vita della persona, l’ortopedico può indicare una cura conservativa o chirurgica.
L’intervento di ricostruzione chirurgica del legamento crociato al ginocchio è indicato per tutti quei pazienti, più o meno giovani, che praticano attività sportiva o per pazienti con uno stile di vita ancora attivo.
Una volta eseguito l’intervento, è importante seguire una successiva riabilitazione per il recupero del tono, della forza muscolare e della coordinazione dei movimenti, evitando tutto ciò che potrebbe dare troppo carico al ginocchio operato.
Il ritorno all’attività fisica dovrà essere graduale, iniziando con esercizi a media intensità come cyclette, jogging o camminate, per poi passare progressivamente ad attività più intense.
Se, invece, la lesione è parziale, è comunque possibile evitare l’intervento seguendo un programma di riabilitazione che rinforza i muscoli della coscia. Dopo l’intervento invece, seguire un programma di recupero muscolare con personale specializzato come noi di Fisiosanity è assolutamente necessario.
La lesione del menisco avviene spesso in seguito a una distorsione del ginocchio ed è diagnosticata dall’ortopedico, sulla base di una risonanza magnetica.
Da qui è possibile suddividere le lesioni del menisco in due tipologie:
Dopo l’intervento, o durante il percorso fisioterapico, è invece sempre importante evitare movimenti eccessivi del rom articolare che potrebbero vanificare i benefici raggiunti con la fisioterapia.
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La frattura del piatto tibiale, ovvero la parte superiore della tibia, provoca un dolore intenso accompagnato da gonfiore e difficoltà a piegare il ginocchio o a caricarvi del peso. Inoltre, il ginocchio può apparire visibilmente “fuori asse”.
Nel caso in cui si sospetti una frattura, è necessario recarsi al Pronto Soccorso per fare gli esami necessari, quali radiografia, risonanza magnetica o TAC.
È importante sottolineare che le fratture del piatto tibiale esterno non sono tutte uguali. Per questo motivo è importante definire la gravità della frattura, al fine di identificare la terapia più adatta.
Le fratture “composte” sono le meno gravi e non richiedono un intervento chirurgico. In questi casi, si applica un tutore e si evita di caricare del peso sull’arto per 4-6 settimane. In questo periodo inizia la riabilitazione con l’obiettivo di ridurre il dolore e il gonfiore e progressivamente vengono abbandonati il tutore e le stampelle. Solo in seguito viene re-introdotto gradualmente il carico e viene effettuata la riabilitazione del muscolo, fino al completo recupero.
Le fratture “scomposte”, cioè spostate in modo anomalo rispetto alla corretta anatomia, sono più gravi delle precedenti e necessitano di un intervento chirurgico con viti e placche che stabilizzano l’osso.
La riabilitazione ha il compito di preparare l’atleta al ritorno allo sport e, per questo, dev’essere completa in tutte le sue fasi. La sua durata richiede 4-6 mesi di tempo a partire dall’intervento.
La lussazione della spalla avviene quando l’articolazione esce dalla sua sede naturale, causando dolore intenso, deformità e formicolio al braccio.
L’infortunio limita i movimenti del braccio e richiede l’intervento di un medico che, dopo aver valutato le eventuali lesioni associate, provvede a ridurre la dislocazione della spalla mediante manovre che sono finalizzate al suo riposizionamento nella corretta sede.
La spalla viene quindi immobilizzata per alcune settimane attraverso un tutore o un bendaggio. Nel frattempo, vengono prescritti dal medico antinfiammatori per alleviare il dolore e ghiaccio per ridurre l’edema. Dopo la rimozione del tutore, inizia il percorso di riabilitazione, durante il quale si evitano trazioni o movimenti sopra i 90° per favorire la guarigione.
Nei casi di lussazione recidivante, si considera l’intervento chirurgico, seguito da immobilizzazione con tutore per almeno 3-4 settimane e da una terapia riabilitativa per ripristinare la mobilità.
La riabilitazione post-operatoria varia dal tipo di lesione e dallo stile di vita, ed è essenziale per tornare alle attività quotidiane e sportive.
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Le fratture del polso avvengono spesso a causa di una caduta sulla mano aperta e causano dolore e gonfiore.
In caso di dolore moderato, il primo soccorso consiste nel mantenere il polso fermo utilizzando un supporto rigido (come un canovaccio o del nastro adesivo) e applicare il ghiaccio. Successivamente, è importante recarsi al Pronto Soccorso o da uno specialista chirurgo della mano per una diagnosi completa.
Se il dolore e il gonfiore sono gravi, è fondamentale rivolgersi immediatamente al Pronto Soccorso, dove verranno effettuate le radiografie e, se necessario, una TAC.
Se la frattura è composta, sarà sufficiente l’utilizzo di un apposito tutore immobilizzante per circa 30 giorni, seguito da un percorso di fisioterapia che permette di recuperare la funzionalità dell’arto.
Per fratture scomposte o pluriframmentarie, invece, si interviene con un intervento chirurgico, seguito dalla riabilitazione, per ripristinare la mobilità del polso attraverso un protocollo riabilitativo.
Questo tipo di frattura può essere facilmente prevenuta indossando protezioni come guanti e parapolsi durante le attività sportive.
La frattura della clavicola si verifica solitamente a seguito di un colpo diretto sulla spalla e provoca dolore intenso, difficoltà nei movimenti, spalla cadente, gonfiore e la fuoriuscita di un’ematoma sulla clavicola.
La diagnosi viene confermata attraverso una radiografia e, a seconda del tipo di frattura, lo specialista stabilisce se sarà necessario un intervento chirurgico o un trattamento conservativo, come spesso avviene.
Se la frattura è composta, si opta per immobilizzare le spalle tramite il bendaggio a “otto” (B.S.O.) che, attraverso una pressione sulla clavicola, la mantiene stabile e permette la formazione del callo osseo. In alcuni casi, per ridurre i tempi di recupero, può essere consigliata la magnetoterapia, che accelera il processo di guarigione.
Dopo questo, si passa al percorso di riabilitazione fisioterapica per recuperare la forza e la mobilità dell’arto.
Solitamente la guarigione richiede 8-12 settimane, ma varia a seconda dei casi.
Nel caso di frattura scomposta della clavicola invece, si procederà con l’intervento chirurgico; in questo modo la frattura viene ridotta e stabilizzata con placca e viti. A seguito dell’intervento sarà poi necessario l’utilizzo di un tutore e della riabilitazione.
La frattura dell’omero, l’osso più lungo del braccio, può essere composta o scomposta, stabile o instabile, semplice o pluriframmentaria.
Le fratture più lievi sono composte e stabili, mentre le più gravi sono scomposte e pluriframmentarie e provocano un dolore intenso, accompagnato da gonfiore, presenza di ematomi e possibile deformità del braccio.
Il trattamento varia in base alla gravità della lesione: nelle fratture composte dell’omero con modesta dislocazione, solitamente si ricorre a un trattamento di tipo conservativo che prevede l’immobilizzazione della spalla per circa 4 settimane e successiva riabilitazione con esercizi pendolari e caute mobilizzazioni le prime 3 settimane per diventare più intensa in seguito.
La tipologia di trattamento chirurgico varia a seconda della sede della frattura e in base al numero di frammenti ossei. È fondamentale, comunque, seguire un programma di riabilitazione mirato, che si concentri sul rinforzo della cuffia dei rotatori, sugli stabilizzatori della scapola e sulla propriocezione.
Dalla sesta settimana post-operatoria in poi, è invece possibile agire maggiormente sulla mobilizzazione, passando al rinforzo dei muscoli stabilizzatori.
La riabilitazione completa dura comunque circa 3-4 mesi, periodo nel quale ci sarà un ritorno graduale allo sport, evitando i carichi superiori ai 5 kg nelle attività quotidiane.
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La frattura del bacino consiste nella rottura di una o più ossa che collegano il tronco agli arti inferiori. I sintomi includono: dolore intenso, gonfiore, ematomi e difficoltà a camminare o sedersi.
La gravità della frattura può variare e, a seconda del caso, potrebbe essere necessario un trattamento conservativo o, nei casi più gravi, un intervento chirurgico.
Per una diagnosi accurata, è necessario eseguire test strumentali di diagnostica, come radiografie, TAC o risonanza magnetica, che determinano la natura della frattura.
Nei traumi severi (traumi ad elevata energia) il paziente è spesso trasportato d’urgenza in ospedale per interventi tempestivi.
In questo caso, il trattamento è chirurgico e richiede un approccio multidisciplinare, con il coinvolgimento di vari specialisti che intervengono tempestivamente sui diversi distretti corporei coinvolti.
Solitamente, l’intervento prevede il fissaggio delle ossa con placche, viti o fissatori esterni per stabilizzare il bacino e permettere la consolidazione della frattura pelvica.
La riabilitazione post-chirurgica, essenziale per il recupero, include esercizi di fisioterapia, esercizi terapeutici e training propriocettivo. Tutto questo riduce il dolore, migliorando la mobilità e la muscolatura.
Nei casi di fratture pelviche lievi, stabili, non scomposte o causate da traumi a bassa energia, si consiglia il riposo a letto e radiografie di controllo. Solo successivamente, e sotto la supervisione del medico, il paziente potrà intraprendere un graduale ritorno alla deambulazione con l’ausilio di supporti.
Il fisioterapista svolge un ruolo fondamentale, poiché, mediante mobilizzazioni ed esercizi mirati, supporta il paziente nel recupero dell’articolarità e della funzionalità, facilitando il ritorno alle attività quotidiane.
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La frattura del gomito provoca dolore intenso, gonfiore, difficoltà di movimento e, nei casi più gravi, intorpidimento dell’avambraccio e delle dita.
Il trattamento, chirurgico o conservativo, dipende dalla gravità della frattura e dall’allineamento delle ossa.
Ecco dunque i trattamenti possibili:
In linea generale, la maggior parte dei pazienti recupera bene il movimento del gomito, ma le fratture scomposte possono causare difficoltà se non vengono trattate nel modo più corretto.
In entrambi i tipi di trattamento, la fisioterapia è essenziale per recuperare adeguatamente le funzionalità.
La frattura del coccige è una lesione frequente, specialmente tra sciatori e pattinatori, causata da cadute all’indietro.
I sintomi includono dolore acuto al coccige e ai glutei, gonfiore e difficoltà a mantenere diverse posture.
Il trattamento della frattura del coccige varia in base alla causa scatenante e all’entità del dolore.
La terapia farmacologica con antinfiammatori è utile per alleviare il dolore iniziale, ma se i sintomi persistono oltre i 3 mesi, possono essere somministrate iniezioni di corticosteroidi.
Oltre ai farmaci, la fisioterapia rappresenta un alleato fondamentale nel trattamento della frattura del coccige, contribuendo ad alleviare la sintomatologia.
Il trattamento prevede la combinazione di tecniche manuali e strumentali, inclusi esercizi fisici mirati a ridurre il dolore e favorire la completa guarigione.
I tempi di recupero variano notevolmente e dipendono da fattori come l’età, le condizioni mediche preesistenti, la complessità della frattura, le lesioni associate e il tipo di trattamento adottato.
Tendenzialmente, la guarigione avviene in un periodo compreso tra 1 e 2 mesi, mentre per il ritorno all’attività sportiva è consigliabile attendere almeno 2-4 mesi.
Per favorire una guarigione ottimale della frattura del coccige, è importante adottare alcune accortezze nella vita quotidiana come evitare la posizione seduta per periodi prolungati, utilizzare cuscini a forma di ciambella e dormire su superfici dure.
Sebbene gli sport invernali possano esporci a infortuni importanti, seguendo le giuste precauzioni, possiamo ridurre significativamente il rischio di traumi. Prepararsi atleticamente e indossare le protezioni adeguate sono elementi necessari per ridurre gli infortuni, ma nel caso in cui questi avvengano, rivolgersi a professionisti sanitari è fondamentale per un recupero completo.
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FT Dr. Enrico Gumirato